mercoledì 17 settembre 2025

La sostenibilità del vivere

L'Insostenibile Leggerezza dell'Essere


Ancora Kundera, ancora riflessioni sul libro dell'autore cecoslovacco.

Ci sono libri che cambiano la vita di chi li legge e conferma talvolta idee che già si erano maturate nel tempo.

Ma soprattutto alcuni libri, come questo nel mio caso, vorresti non finissero mai, e impieghi un po' di tempo per leggerli, non per noia o per pigrizia, ma perché desidereresti che le sue pagine ti facessero compagnia per più tempo possibile.

Quei segni stampati che comunemente chiamiamo lettere, mischiati tra di loro a formare parole che poi diventano frasi, possono riuscire a capire e a leggere l'anima più di quanto ogni persona, amico, psicologo potrebbe essere in grado di fare.


D'ora in poi continua la lettura solo se hai già letto il libro o se non ti interessa leggerlo o ancora se lo vorrai leggere ma saperne già alcuni esiti non influenzerà la tua esperienza di lettura.


Tomas e Tereza, protagonisti di questo capolavoro, non sono eroi romantici, ma persone comuni che incarnano il compromesso, la paura di restare soli, il peso delle convenzioni. 

Il regime comunista e il controllo sovietico nel romanzo sono lo sfondo storico, ma la dinamica della loro relazione è senza tempo: il conformismo di coppia, il restare insieme “perché così si deve”, esiste ancora oggi.

La pressione sociale, le relazioni prive della loro spinta vitale ma che diventano ingranaggi di una macchina opprimente.

Tomas e Tereza rimangono insieme tra tradimenti, fragilità e scelte dolorose: la loro storia è segnata più dal peso delle paure che dalla leggerezza dell’amore.

Avere il coraggio di lasciarsi andare nella vita, sia che si parli di relazioni di coppia, o fra amici, o di lavoro, può significare rispettare sé stessi e l’altro, invece che restare in un legame che si trascina solo per abitudine o paura della solitudine e dell'ignoto.

Talvolta è consigliabile scegliere un dolore vero, che pesa ma libera, invece di un legame che imprigioni nella routine e nell’ipocrisia.

A volte la pesantezza del distacco è più sopportabile della leggerezza apparente di una vita "tranquilla" ma vuota.
In fondo, è un atto di dignità: non restare in un rapporto piccolo borghese, fatto di abitudini e menzogne, ma affrontare la solitudine per essere autentici.

Avere il coraggio di lasciarsi andare significa anche accettare di uscire dalla boccia in cui si nuota in sicurezza: un piccolo spazio dove il cibo arriva puntuale, ma dove si è privati della vastità dell’oceano e si dimentica come si nuota davvero.

Meglio affrontare l’incertezza delle onde che restare prigionieri in una vita comoda ma ristretta.

L'immagine è stata presa dalla pagina Instagram "https://www.instagram.com/metatherapyy?igsh=bGhrdHZpazB1OWVm".


sabato 13 settembre 2025

L'ultima spiaggia del gesto politico

"Il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell'esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.

I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore.


Il Kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione.
La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato!
La seconda lacrima dice: Com'è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato!

Nessuno lo sa meglio degli uomini politici.
Quando c'è un giro una macchina fotografica, si precipitano subito verso bambino più vicino per sollevarlo in aria e baciarlo sulla guancia."

<<Il Kitsch è l'ideale estetico di tutti gli uomini politici, di tutti i partiti e movimenti politici.>>

"A quell'epoca la Cambogia aveva vissuto una guerra civile. In Cambogia c'era la carestia e la gente moriva per cure mediche.

Un'organizzazione internazionale di medici aveva già chiesto più volte l'autorizzazione a entrare nel paese, ma i vietnamiti l'avevano rifiutata. I grandi intellettuali occidentali avrebbero perciò marciato fino alla frontiera cambogiana, e con quel grande spettacolo inscenato davanti agli occhi del mondo, avrebbero ottenuto l'ingresso dei medici nel paese occupato....

..... In quell'istante l'interprete che procedeva alla testa del corteo avvicinò le labbra ad un largo tubo e gridò in lingua Khmer in direzione dell'altra riva del fiume: ci sono qui dei medici che chiedono il permesso di entrare in territorio cambogiano e di prestarvi assistenza medica.

La risposta dall'altra sponda fu un incredibile silenzio.

Franz si guardò attorno. Quel silenzio li colpiva tutti in viso come uno schiaffo.
All'improvviso Franz si rese conto di quanto fossero ridicoli tutti quanti."


Questa insostenibile leggerezza dell'essere - Milan Kundera


Guardando alla flotta partita per la Palestina in queste settimane, mi torna in mente il passo di Kundera che ho recentemente letto: quanto di ciò che vediamo è gesto autentico e quanto invece spettacolo, immagine condivisa che sfiora il kitsch? Dietro ogni bandiera e ogni proclama resta il dubbio: c’è un reale impegno o la tentazione di esibirsi davanti al mondo?

Il silenzio che circonda Gaza viene allora contrastato con il rumore di un’azione eclatante. Ma questo rumore, se non produce conseguenze concrete, rischia di trasformarsi in pura estetica, in un’ultima spiaggia più simbolica che politica.

E infine c’è il problema dell’incomunicabilità: non solo di lingue diverse, ma di mancanza di ascolto reciproco. Forse non siamo davvero disposti a sentire l’altro e l'altro a sentire noi, e così ogni gesto rischia di perdersi come l’appello nel vuoto che descrive Kundera.

Abbiamo bisogno di atti che scuotano il mondo. Ma perché dico io, si è dovuti arrivare ad un gesto così estremo?

Hanno fallito i governi, ha fallito la diplomazia, falliremo anche noi?

L'intolleranza e la mancanza di ascolto dell'altro sono le piaghe di questi tempi.

Ne vedremo delle belle.


martedì 2 settembre 2025

C'era una volta, a Neverland...

PREPARAZIONE AL VIAGGIO 


Nel mese di marzo di quest’anno, ricevetti una richiesta per un incontro, destinato a discutere di un progetto Erasmus+ che avrebbe avuto luogo in Lettonia ad agosto chiamato "Language of Peace" Emanuele Didu, presidente dell’associazione ZENIT APS, era alla ricerca di una figura educativa che accompagnasse il gruppo in qualità di "group leader", o, come preferisco definirlo, di "educatore accompagnatore".


Appena mi venne spiegato il tema del progetto, che si sarebbe sviluppato incentrato sulla pace e sul dialogo, non esitai nemmeno un istante: accettai subito la proposta. 

Nei miei anni di università e nella mia vita, ho avuto la fortuna di conoscere e approfondire temi legati all’educazione non formale, alla descolarizzazione della società, all’approccio non violento nella comunicazione. Insomma, tematiche che avevano ben poco da invidiare all’impianto su cui si basava il progetto.


Una volta confermato l’incarico come accompagnatore, l’obiettivo successivo era quello di selezionare i partecipanti. 

La scelta non fu semplice: la distanza del viaggio, i pregiudizi legati alla sede ospitante (situata al confine con la Russia), la difficoltà di organizzare colloqui in presenza senza l’aiuto dei social media, costituivano delle sfide non indifferenti. Tuttavia, alla fine, il destino scelse di includere nel viaggio quattro ragazze: Alice Sarais di Iglesias, Martina Mallus di Selargius, Miranda Maio di Monserrato e Chiara Lancellotti di Domusnovas.


Per quanto mi riguarda, io vengo da Sant’Antioco, ma vivo a Sant’Anna Arresi, mentre la sede dell’associazione si trova a Teulada. Perché menziono le città di provenienza? Perché, nonostante la distanza relativamente breve tra di noi, trovare il tempo e il modo per incontrarsi, discutere, prepararsi è stato difficile. Tra impegni di lavoro, scuola e quant'altro, alla fine siamo riusciti a prepararci al meglio per quest’avventura.


Il nostro primo incontro avvenne il 17 agosto, una domenica, presso l’aeroporto di Cagliari/Elmas. Nonostante le ansie e i pregiudizi iniziali, le mie paure si mescolavano con le sicurezze e i punti di forza. Temendo che le ragazze non avessero abbastanza fiducia in se stesse o che avessero paura di relazionarsi, mi accorsi con sorpresa che, dopo solo un’ora di conversazione, sembrava che ci conoscessimo da sempre! 

Abbiamo subito cominciato a ridere, scherzare e parlare di tutto. Senza paura, senza timore. Si è creata un'armonia che ha caratterizzato tutto il viaggio, consolidandosi giorno dopo giorno.


Dopo aver esposto le bandiere (il tricolore italiano e i Quattro Mori sardi) e scattato la foto di rito, eravamo finalmente pronti per l’imbarco!


Durante le settimane precedenti al volo di andata, l’associazione ci è sempre stata accanto ed è stata un supporto fondamentale: dalla prenotazione dei biglietti, alle comunicazioni con l’associazione ospitante.
Laura Libere, organizzatrice e coordinatrice del gruppo lettone, con cura e attenzione ha guidato le comunicazioni, le chat e la conoscenza reciproca, con l’obiettivo di aiutarci ad arrivare alla sede preparati e sereni. La sua gentilezza e disponibilità mi hanno fatto intuire fin da subito la natura del popolo lettone, meraviglioso, accogliente e disponibile.

Una volta giunti a Riga, capitale dello Stato baltico della Lettonia, con un’ora di fuso orario in più rispetto all’Italia, siamo stati accolti all’aeroporto da Lauris, compagno di Laura, che con premura ci ha accompagnati fino alla sede dove avremmo alloggiato, a Kurmene, nella municipalità di Bauska: una piccola cittadina separata dalla Lituania da un fiume.

Il primo giorno giungeva al termine, tra la stanchezza dei voli e la curiosità di conoscere i nostri compagni di avventura. Gli altri gruppi arrivavano infatti dalla Turchia, dalla città di Izmir, da Suceava in Romania, dall'Ungheria e per l'appunto dalla Lettonia.


INCONTRO E CONOSCENZA


Il giorno successivo, la mattina, si svolse il tanto atteso incontro di conoscenza. Laura, sempre premurosa e attenta a ogni dettaglio, ci presentò al resto del gruppo, introdusse il programma della settimana e ci affidò a Laine, la coordinatrice e guida del progetto. Laine, ragazza eccezionale, riuscì subito a metterci a nostro agio, facendoci sentire parte di una comunità che sarebbe cresciuta nei giorni seguenti.

Ogni incontro, che fosse mattutino, pomeridiano o serale, era scandito da un orario fisso, preceduto da una melodia speciale: la meravigliosa "Grace Kelly" di Mika.

Ogni attività iniziava con un momento di riscaldamento energetico, propedeutico al risveglio muscolare e mentale, per entrare con energia nella modalità partecipativa. Il primo giorno, in particolare, fu dedicato a numerosi laboratori rompighiaccio, finalizzati a rimuovere l’imbarazzo e i pregiudizi iniziali, creando un ambiente privo di giudizio e vergogna, dove ciascuno potesse esprimere la propria naturale autenticità.




I TEMI AFFRONTATI


La settimana fu organizzata in modo che ogni giornata fosse dedicata a un tema specifico, trattato attraverso laboratori e metodi di didattica non formale, basata sul dialogo, la riflessione e l’emersione della migliore versione di ciascun partecipante. A tale riguardo, si potrebbe trovare una similitudine con la scuola socratica, dove, attraverso il processo maieutico, Socrate invitava i suoi discepoli a scoprire se stessi, la verità e la realtà circostante.


Ogni giorno un gruppo diverso presentava un’attività. Il gruppo rumeno, durante la prima giornata, trattò il tema del conflitto personale e della consapevolezza delle proprie emozioni. Stefania, Lexy, Ana, Denisa e Irina, seguite dalla loro insegnante Mara, crearono un'atmosfera coinvolgente, riuscendo a suscitare curiosità ed emozioni nei partecipanti, nonostante la loro giovane età.



Il secondo giorno fu dedicato al gruppo ungherese, che ci guidò alla scoperta dell’empatia e dell’ascolto. Le due Flora (una bionda e una mora), Kata, Eszti e Boldizsar, accompagnati da Victoria, una giovane poliglotta con una straordinaria predisposizione ad aiutare gli altri, ci introdussero al tema del rispetto reciproco.


Il terzo giorno fu il nostro turno. Noi, il gruppo italiano, ci occupammo di un laboratorio sui temi della comunicazione e del conflitto. In questa occasione, esplorammo come le persone si pongono rispetto alle difficoltà quotidiane e come affrontano le problematiche, più o meno gravi, che la vita ci presenta. 

Attraverso il gioco, i partecipanti riuscirono a mettere in pratica strategie per la risoluzione dei conflitti e a comprendere come, pur avendo obiettivi differenti, fosse possibile giungere a un compromesso per una convivenza pacifica.

Il quarto giorno, il gruppo turco si occupò di guidarci alla comprensione del passaggio dall’"IO" al "NOI", ovvero come trasformare gli interessi personali in interessi comuni. Esen, la maestra dolce e materna, e i suoi ragazzi – Berra, Eslem, Hasan, Kerem e Yagis – ci aiutarono a esplorare le dinamiche di cooperazione e di conflitto.

L’ultimo giorno fu dedicato alla Lettonia. Con Laura, Madara, Theo, Alise ed Elsa, nonché con il sempre gentile Arnis Ezzeroze (un cognome che evoca poesia, significa "lago di rose"), ci immergemmo in un esempio di democrazia partecipativa, dove ogni gruppo presentò un partito con ideali inventati, ma realistici, e dove ci fu una simulazione di un'elezione per scegliere il partito vincitore di Neverland.

Questa esperienza ci fece vivere la pratica democratica e permise a molti dei partecipanti, alcuni ancora minorenni, di fare tesoro di un’esperienza che tra qualche anno avrebbero potuto vivere nella realtà.


GRUPPI DI RIFLESSIONE


Dal primo giorno inoltre si sono creati dei gruppi di riflessione. Ogni group leader aveva a disposizione mezz'ora per compiere attività, dialoghi e riflessioni riguardanti la giornata trascorsa. Ogni gruppo doveva avere un partecipante di ogni nazione. 

Nella foto seguente i ragazzi e le ragazze con cui ho avuto l'onore di confrontarmi e che sono stati fantastici e fondamentali per me.


Caccia al tesoro digitale: quattro luoghi significativi, quattro indovinelli da risolvere per trovarli e una foto di gruppo a ogni tappa per poter accedere alla successiva. Collaborazione e spirito di squadra sono stati gli ingredienti principali per la buona riuscita.


LE NOTTI CULTURALI 

Le diversità come punto di incontro e di condivisione.
Per ogni notte è stata programmata una notte culturale che ogni nazione doveva presiedere.

Curiosità, scioglilingua, cibo, canzoni, balli, informazioni sul proprio Paese sono stati così utili alla scoperta di tutte le nazioni.
Ognuno ha presentato con orgoglio le proprie origini, condividendole in maniera fantastica.

Un melting pot culturale vero è proprio.
Abbiamo avuto l’occasione di scoprire la bellezza di un matrimonio rumeno, l’emozione di cantare l’inno ungherese, il fascino del caffè turco con il mistero della polvere che resta sul fondo della tazzina e l’allegria di una danza tipica lettone.
È stato un po’ come viaggiare in cinque nazioni contemporaneamente, restando però sempre nello stesso luogo.


DIETRO LE QUINTE (MA NON TROPPO)

Mi sembra doveroso dedicare una parte di questo racconto a chi è stato sempre presente: a chi si è preso cura di noi, a chi con la sua ospitalità ci ha fatto sentire a casa, parte di una grande famiglia.

Un pensiero speciale al nostro cuoco, eccezionale e sempre disponibile.

Ci vuole davvero talento per cucinare ogni giorno per trenta persone, dalla colazione alla cena.

Aigars e la sua meravigliosa famiglia, padroni di casa del KNJ Center (vi lascio il video di presentazione qui sotto), ci hanno accolto con una generosità unica:
👉 Video del KNJ Center

Grazie al loro lavoro, tanti giovani della zona hanno un luogo di ritrovo e un punto di riferimento sicuro.


PER CONCLUDERE 

Portiamo a casa non solo ricordi, ma legami, sorrisi e insegnamenti che resteranno con noi.
Un grazie speciale a chi ha reso possibile tutto questo: persone, luoghi e momenti che hanno trasformato un’esperienza in qualcosa di indimenticabile.

The project is implemented with the co-financing of the European Union.

This publication reflects only the author’s views and opinions and not necessarily those of the European Union, the European Commission, or the National Agency (Agency for International Programs for Youth). They are not responsible for any use that may be made of the information contained therein.

#ErasmusPlus #MobileYouth #EUYouth #ApplyNow #YouthEmpowerment #Inclusivity #NonFormalEducation #Solidarity #CriticalThinking #YouthOpportunities #CulturalExchange #emotions #emotionalintelligence













giovedì 2 gennaio 2025

Un nuovo inizio

"Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, poiché non sono vive.
Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più.
E a me mi commuovono, è insopportabile.
Ho paura di venire in contatto con esseri proprio come se fossero bestie vive."

Così, descriveva il suo rapporto con gli oggetti, Jean-Paul Sartre nel suo capolavoro, La Nausea.

E proprio su queste parole riflettevo durante il mio viaggio alla scoperta di luoghi e paesaggi di un pezzo di Sardegna ancora da esplorare.

Con quale forza e potenza la bici riesce a cambiare il mio umore, ad avere una presa emotiva così penetrante.
A trasmettermi emozioni che raramente nella mia esistenza mi era capitato di sentire.
Eppure quando mi ci siedo sopra e attacco le scarpette ai pedali sentendo quel "click", prendo fra le mani il manubrio ed incominciaro a far roteare i pedali; tutto il male del mondo si fa più leggero, la mente comincia a viaggiare ed io e la bicicletta diveniamo una cosa sola.

Parto, pedalo, vado, posso raggiungere qualsiasi luogo e durante i metri che si trasformano in chilometri, quante meraviglie mi colpiscono.
Il bagliore dell'alba che sorge dai monti del sud-est Sardegna, mi dà la giusta carica per iniziare e mi mostra la bellezza eterna che si sussegue da milioni di anni, in questo dolce valzer tra notte e giorno, aurora e tramonto.

Aumento i giri del motore sempre più, il freddo è pungente, ma la motivazione mi riscalda.
I campi verdi e incontaminati del Trexenta si aprono immensi al mio passaggio, distese di erba, pecore che belano, taccole che si librano in aria e qualche pala eolica che sovrasta il panorama.

I paesi immersi nel loro risveglio silenzioso mi danno il benvenuto, Guasila, poi Mandas. Incontro due signore che in religioso silenzio portano i fiori sulle tombe dei propri cari.
Anche per loro è un anno nuovo.

Percorro ancora un tratto in salita, un cane, maremmano, dal manto bianco latte, come un avvoltoio addenta una preda al centro della carreggiata scatenando l'ira degli uccelli che la sorvolavano. 
La preda, sicuramente un animale travolto la sera prima dalla furia tecnica dell'uomo e delle sue macchine veloci e senz'anima.
Dopo averla agguantata, corre rapido per un sentiero che porta alla cima della collina. Non vede l'ora di consumare il suo pasto e svanisce all'orizzonte.

Proseguo e le salite si moltiplicano, le gambe si induriscono, ma è incantevole percorrere l'asfalto e farsi dono di scorci sublimi.

Raggiunta Isili, ci ritorno dopo quindici anni, a quell'epoca ci venni con la squadra di calcio e rivedendo il campo sportivo mi salgono alla mente ricordi d'adolescenza.
È presente un nuraghe dietro gli spalti, caratteristico dettaglio di cui non avevo memoria.

Il lago circostante è semivuoto, e la rocca ove si trova in cima una piccola chiesetta, si erge a punto di osservazione.

Virando verso nord-ovest come un marinaio durante la navigazione, giungo a Gesturi.

Vengo colpito dal monumento ai caduti della I Guerra Mondiale, un cannone da campo sta sul fianco destro.
Noto un tricolore in stoffa affianco ad un muretto di pietre nascosto dalle foglie cadute da poco. Lo raccolgo e in maniera quasi sacra decido di posarlo ai piedi della statua del milite, con rispetto saluto e vado avanti.
Quasi tutti quei ragazzi avevano poco più di vent'anni quando dovettero lasciare forzatamente la loro amata terra per andare a farsi trucidare in trincea.

Sono fortunato, penso, le mie battaglie le combatto e posso ancora vincerle, loro no, la guerra gli ha inghiottiti con sé.

È tempo per un caffè, nel centro del Paese noto un caratteristico bar che sembra essersi fermato a qualche decennio fa.
Ordino anche un bicchiere d'acqua per reintegrare un po' di liquidi.
Un signore che indossa un maglione verde felpato, mi osserva incuriosito e mi domanda se veramente provengo da Sant'Antioco, gli rispondo di sì.

Cordiale, genuino, scambiamo qualche chiacchiera e gli offro un'altra bionda, che si fa riempire nel bicchiere appena utilizzato. Ci auguriamo buon anno e buona vita.

La discesa verso la Marmilla passa per la cittadina di Barumini, i suoi nuraghi, imponenti e maestosi mi indicano le via e aumento la velocità, la piana che mi porta fino a Turri e Baressa è l'ideale per i passisti.

Sconfino, arrivo in provincia di Oristano, non mi era mai capitato di oltrepassare una provincia se non in macchina, mi sembra di essere in un altro mondo.

Dopo aver oltrepassato Baressa, è ora di tornare verso sud.

Mi ritrovo al bivio Gonnostramatza/Gonnoscodina e non ricordo la strada, il mio ciclocomputer della GARMIN decide di abbandonarmi e si scarica, non sapendo dove Gonnos andare, decido di attraversarle ambedue.
Mai fidarsi della tecnologia, questa ne è la prova.

Vado diritto per Collinas e penso "chissà perché l'avranno chiamata così", e poi ne divento cosciente, trecento metri di salita sono lì ad attendermi.

Pedalo ancora, le scorte sono finite, il fiato si fa più pesante e i battiti del cuore accelerati.
Una volta scollinato ci sono ancora venticinque chilometri da percorrere, sono i più duri, non riesco ad essere più agile e devo rallentare per evitare crisi di fame ed arrivare alla metà.

La cava e la faglia di Segariu mi suonano familiari, ci sono passato il giorno precedente in auto e mi rendo conto che manca sempre meno all'arrivo.


Raggiungo Guasila, la sua chiesa ottocentesca è stupenda, svolto per Pimentel ma i chilometri restanti sono sbiaditi nel blu del cartello.

L'ultimo rettilineo sembra non finire mai, e così in realtà vorrei che fosse, l'avventura sta giungendo al termine e una lacrima mi scende lungo il viso.
L'epicità dell'ultimo tratto mi fa pensare ad un cavaliere di ritorno dalla crociata in sella al suo destriero.

Arrivo a Pimentel, mi getto sull'erba esausto in un urlo liberatorio. Un cavallo di fianco mi osserva mentre interrompe per un secondo di saziarsi. Pensa "questo è pazzo" e riprende a mangiare il suo fieno.
130km totali in 6h di viaggio
Comuni raggiunti:
-Pimentel
-Guasila
-Villanovafranca
-Mandas
-Serri
-Isili
-Nurallao
-Nuragus
-Gesturi
-Barumini
-Tuili
-Turri
-Baressa
-Simala
-Gonnoscodina
-Gonnostramatza
-Lunamatrona
-Villamar
-Segariu



La sostenibilità del vivere

L'Insostenibile Leggerezza dell'Essere Ancora Kundera, ancora riflessioni sul libro dell'autore cecoslovacco. Ci sono libri che ...